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Fotografia Europea 2017

Event
giugno 19, 2017

Con la primavera, a Reggio Emilia è tempo di fotografia. Ritorna l’appuntamento più importante dell’anno con Fotografia Europea, il festival cittadino dedicato all’arte del buio e della luce. L’edizione 2017 ruota attorno a un tema concettuale stimolante: Mappe del tempo. Memorie, archivi, futuro. Un tema che, nelle intenzioni degli organizzatori, si confronta con la concretezza dei luoghi e delle storie, cercando di individuare dei percorsi di senso che si originano nel passato e aiutino a comprendere il presente.

L’utopia insita nel progetto si ritrova nel tentativo di aprire gli archivi e trasformare quello che è un sapere conchiuso, (giustamente) preservato, in una forma di sapere aperto, diffuso, da cui attingere in libertà. Come affermano i curatori Elio Grazioli, Walter Guadagni e Diane Dufour “Negli archivi i fotografi trovano stimoli, immagini: l’immagine del passato cambia, estratta dall’archivio, portata nel presente della creazione artistica; il documento diviene invenzione, la storia si trasforma in racconto, più o meno plausibile, o in utopia, più o meno praticabile.”

Ed è partendo dalla documentazione straordinaria dell’Italia rurale, realizzata da Cesare Zavattini e Paul Strand nel 1957, che si apre il percorso ideale delle mostre. Il progetto, intitolato Un Paese, fu uno dei primi fotografici prodotti in Italia (da non perdere il carteggio esposto tra Zavattini e gli editori dell’epoca) e raccontava attraverso i testi di “Za” e gli scatti di Strand un paese della pianura padana – Luzzara – e le storie dei suoi abitanti. Il risultato era il toccante racconto post neorealista del sentire di una popolazione, colta in un preciso momento storico ma, allo stesso tempo, una testimonianza universale del rapporto tra gli uomini e la terra.

Untitled IIV, 2014, from the series Sartist Sport Pt I_ANDILE BUKA

La mostra illustra poi il percorso che è germinato dal primo progetto: due decenni dopo, Zavattini dà vita, insieme a Gianni Berengo Gardin, a Un Paese vent’anni dopo (1976). Si può dire che il progetto non si sia mai veramente concluso e le successive ricerche di Luigi Ghirri, Claudio Parmiggiani, Olivo Barbieri e molti altri autori abbiano continuato a crescere sul terreno fertile di quella prima indagine, tutt’oggi viva e in grado di comunicare con il presente.

Da questo punto di partenza ideale si dipanano sentieri che portano verso le altre ricche proposte espositive: tra quelle da non perdere il progetto Les Nouveaux Encyclopédistes, curato dal fotografo e teorico Joan Fontcuberta, ispirato all’utopia dell’Encyclopédie francese del XVIII secolo, nonché riflessione sul tema della proliferazione contemporanea delle immagini. Altra tappa obbligata è Breve Storia della fotografia Sudafricana, che apre uno squarcio sulla storia della macro-regione attraverso cento anni di immagini provenienti da numerose fonti e archivi: una selezione di scatti lontani dall’immaginario folkloristico legato al sud del continente, che ne illustrano la cultura, l’estetica, la relazione tra coloni e nativi e l’apartheid, le lotte sociali e politiche, la vita quotidiana. E ancora Wolfgang, progetto dedicato alla figura dello scienziato Wolfgang Ernst Pauli, tra scienza e fiction, realizzato da David Fathi. Tra gli eventi paralleli da segnalare inoltre il progetto site-specific di Elisabetta Benassi alla Collezione Maramotti, intitolato It starts with firing, e La forza delle immagini presso la Collezione MAST, una selezione di immagini su industria e lavoro che sorprendono per potenza visiva.

Francesca Catastini, Whosoever Doth Well Known Himself, Shall Know the Brute Beasts, Pisa, 2013, 70×100 cm. Courtesy: the artist

Con la formula che vede coinvolta tutta la città, dislocando le sedi espositive su tutto il territorio urbano e lungo l’asse ormai mitico della via Emilia, Fotografia Europea è uno degli appuntamenti più belli della stagione espositiva che precede l’estate. Visitare le mostre spostandosi da un luogo all’altro, passeggiando per le vie cittadine, aiuta lo spettatore nel processo di elaborazione e riporta l’esperienza dello sguardo a un territorio di riflessione che si sottrae ai ritmi compulsivi della fruizione digitale. Un invito a entrare e uscire dai musei, concedendosi per un weekend il ruolo del flâneur, sentendosi parte viva di una città e di un progetto culturale collettivo.