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Lampadina

Abc book
Mar 12, 2017

Quale gesto più abitudinario di aprire la porta di casa e accendere la luce? Un gesto che ripetiamo decine di volte al giorno, a cui di solito non si presta alcuna attenzione, se non quando qualcosa non funziona. Un’azione resa possibile da un oggetto che ha cambiato la modernità, la cui iconografia rappresenta l’atto stesso di pensare, anzi il dono di avere un’idea brillante: la lampadina.

La storia dei modelli della lampadina è lunga, combattuta a colpi di brevetti. Nel 1802 Humphrey Davy presentò un esperimento in cui dimostrava il funzionamento di una lampada ad arco. Costituita da due elettrodi di carbonio regolabili, produceva una luce molto bianca, piuttosto fredda, e divenne la tecnologia di illuminazione più diffusa nel XIX secolo, fino all’affermarsi delle lampade a scarica. Nel 1935 James Bowman Lindsay sviluppò un sistema di lampada a incandescenza e nel 1875 Henry Woodward brevettò la lampadina elettrica. Da metà ‘800 a Parigi e Londra si cominciarono a installare lampade a scarica per l’illuminazione pubblica, mentre a Milano la Galleria Vittorio Emanuele II – il salotto dei milanesi – venne inizialmente illuminata con lampade a gas poi sostituite da lampade elettriche (1883). Nel frattempo, Thomas A. Edison e Joseph W. Swan avevano appena brevettato la lampadina a incandescenza (1880) e Nikola Tesla, il grande genio dell’elettricità sviluppava le sue fantascientifiche lampade a induzione.

La lampadina in breve tempo cambia per sempre la vita delle persone: i ritmi di lavoro e di veglia si alterano, la mondanità fiorisce e anche le nuove tecnologie come la fotografia e il cinema ne vengono profondamente influenzate. Grazie alla luce elettrica la fotografia può svilupparsi insieme alla cinematografia e sarà grazie alle lampade a scarica che i proiettori cinematografici animeranno i sogni di celluloide di un secolo di cinema. Insieme alle nuove tecniche di ripresa del reale, anche la pittura si rinnova, percorsa dall’onda elettrica che fa vibrare le metropoli. L’impatto di questa nuova tecnologia è oggi difficilmente immaginabile, ma per avere un’idea di cosa accadde basta guardare i quadri di Renoir (per esempio il Bal au moulin de la Galette), gli interni di Degas e Toulouse-Lautrec per cogliere la febbre di quegli anni e l’approccio degli artisti a una luce nuova, artificiale: un interesse alimentato anche dal Positivismo e che trova espressione nel Puntinismo, nel Divisionismo e nel dinamismo futurista, con l’accostamento di colori puri senza mescolanza, la scomposizione delle forme e dei movimenti. Opera esemplare in questo senso è Lampada ad Arco (1909) di Giacomo Balla.

La rivoluzione estetica che cambia per sempre la pittura, le tavolozze, il rapporto con la luce, e poi le architetture, le strade e il modo di vivere la notte continua. La lampadina si evolve e diventa un elemento connotante dell’arte degli anni ‘60 soprattutto nella forma della lampada al neon (in realtà lampada a fluorescenza), già elemento di arredo e soluzione per le insegne. Tra gli autori che ne hanno fatto un uso sistematico c’è Dan Flavin, autore di installazioni minimaliste costituite da tubi al neon, di grande impatto visivo. Accanto a Flavin, ci sono Bruce Nauman, celebre per il suo lavoro sul linguaggio e per le scritte luminose, Tracy Emin, Mario Merz, Marco Lodola. Ma tra tutte le opere luminose che hanno segnato l’arte contemporanea, forse le più toccanti sono quelle dell’artista cubano Felix Gonzales-Torres. Tra le sue installazioni, composte da materiali umili e quotidiani come caramelle e fogli fotocopiati, spiccano le composizioni create con decine di lampadine. Pur partendo da una matrice minimalista, queste opere hanno una forte componente autobiografica e sono cariche di forza poetica: la fragilità, la modestia di una lampadina domestica sono la metafora di una condizione umana universale e che tocca in primis l’artista, scappato clandestinamente da Cuba e poi morto di Aids a New York nel 1996. Una carriera breve ma folgorante – 7 anni di celebrità, poi l’oblio ingiustificato –  e una ricerca che parla di amore, paura, desiderio, eliminando lucidamente la “trappola” della narrazione. Un lavoro che può essere definito abbagliante, proprio come il filo di tungsteno che surriscaldato, genera la luce calda di una lampadina.