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Abc book
Feb 1, 2017

C’era una volta il collegamento ipertestuale. Quando ancora era un estraneo, prima di essere amichevolmente conosciuto da tutti semplicemente come link, l’ipertesto era un dispositivo che prometteva di rivoluzionare la concezione del sapere e l’approccio all’informazione.

Prima della nascita del web, il concetto di ipertesto aveva già una lunga storia alle proprie spalle: creare collegamenti mentali tra migliaia di nozioni, andando a setacciare i testi alla ricerca di fonti di informazione da connettere per poter maneggiare il sapere, era un sogno che i dotti rincorrevano sin dall’alba della civiltà. Fino all’avvento della contemporaneità, ciò comportava un notevole dispendio di tempo, risorse economiche e richiedeva una certa dose di buona volontà e metodo. Da sempre intellettuali e scienziati hanno cercato un modo per connettere il sapere e renderlo accessibile, elaborando tecniche o creando strumenti che agevolassero il raggiungimento di questo arduo compito. Tra i precursori eccellenti vanno ricordati Pico della Mirandola, filosofo e mnemonista, Giulio Camillo Delminio che nel 1550 costruì il prototipo del Teatro della Memoria e Padre Matteo Ricci, gesuita, sinologo e padre del Palazzo della Memoria.

Tra il Rinascimento e la contemporaneità corre una lunga storia segnata da studi ed esperimenti, tutti volti a trovare il Sacro Graal del sapere, qualcosa che rendesse davvero accessibile la conoscenza. Dall’antichità, con un balzo in avanti ritroviamo il concetto di ipertesto prendere corpo nell’informatica: è il 1945 e Vannevar Bush, scienziato e futurologo, immagina il memex, un immaginario dispositivo che avrebbe permesso di organizzare la conoscenza collegando con facilità frammenti di informazioni altrimenti separati tra loro.

Il termine “link”, abbreviazione di hyperlink, risale invece alla metà degli anni ‘60, quando fu coniato dall’informatico statunitense Ted Nelson, impegnato nel progetto pionieristico dal nome evocativo Xanadu, incentrato sullo sviluppo di un testo collegato ad altri documenti. Da lì allo sviluppo del web passano alcune decine di anni ma l’idea del link è così potente da modellare la struttura di ciò che sarà la futura rete globale del web.

Tutto cambia definitivamente con l’arrivo del World Wide Web nel 1990 e, con esso, le parole blu che hanno dischiuso la porta del sapere (e anche della disinformazione) digitale. Questa forma di lettura non lineare ha modificato il nostro modo di apprendere, di pensare e di ricordare, ha rivoluzionato il lavoro, il tempo libero, lo studio e la forma della nostra attenzione. L’ipertesto e i link rappresentano oggi il web, per come lo conosciamo e lo navighiamo, ovvero tutti i contenuti potenzialmente raggiungibili da tutti gli utenti, collegati istantaneamente in un’unica rete in continua espansione.

Una curiosità: i link blu sono uno degli elementi più duraturi della storia del web, con i loro diciotto anni di vita. Nati ben prima di Google, si sono affermati grazie alla diffusione del motore di ricerca che li ha sempre rappresentati in blu, un colore scelto probabilmente perché risulta di facile lettura all’interno di un testo nero.

Da quell’antico sogno che si è in parte realizzato si allungano però alcune ombre. Malgrado i link offrano una possibilità di accesso all’informazione senza precedenti nella storia umana, le fonti sembrano via via perdere autorevolezza. Organizzare e discernere il sapere, distinguendo ciò che è vero da ciò che non lo è, rendendolo un bene comune a disposizione di tutti, è la sfida del secolo appena cominciato.